C’è questo pastore abruzzese che bazzica dalle parti del comune. Del pastrore abruzzese ha solo la struttura fisica e gli manca quel tipico atteggiamento schiettamente ombroso e diffidente. Lui invece è abbastanza sul socievole: ti viene sempre incontro anche solo per smusarti e poi riprendere il suo incedere ondivago.
Lo intercetto alle casette del MAP e penso di fotografarlo: è pur sempre una personalità del luogo. Appena però gli punto la macchina quello mi viene incontro e va fuori fuoco. Se lo allontano a spintoni rimane interdetto ma un secondo solo e poi torna subito alla carica. Forse anzi lo scambia per un gioco. Finisce che prende a saltarmi sul petto con le zampe davanti ma lo fa senza troppa convinzione e l’unico risultato è che mi strappa via gli occhiali che ho al collo con un cordino. Li cerco per terra ma niente e nanche addosso riesco a trovarli. Intanto l’abruzzese ha un’espressione interlocutoria del tipo “ma questo c’è o ci fa?”. Guardandolo meglio da sopra il capoccione, che sarà grosso come un tacchino del ringraziamento, vedo che dalla bocca gli spuntano le stanghette dei miei occhiali. Provo allora a toglierglieli. Sembra ben disposto a farseli sfilare. Gliene sono grato: è evidente che se solo volesse potrebbe frantumarli in un secondo serrando di poco le mascelle. Li recupero integri ma tutti gocciolanti.
A quel punto il pastore si allontana definitivamente, sembra scocciato: devo averlo deluso. O forse deve esserglisi riattivato il genoma del controllo pastorale perché si mette in mezzo alla strada a sorvegliare l’arrivo di intrusi.
Ed è così che finalmente lo fotografo.