cacioman

pro Pelistina

della serie “in piazza” - ott 24

Quando arrivo, tutto bardato da fotografo, il concentramento è abbastanza sparuto. La proporzione di quelli che fotografano rispetto ai fotografati è drammaticamente sbilanciata sui primi. Allo stuolo di quelli che lo fanno per lavoro (navigati reporter refrattari all’interazione con pesanti zoomoni e macchine vecchiotte letteralmente consumate dall’uso; giovani cameramen con strani monopiedi accompagnati a loro volta da colleghi-poveri-Cristi che portano a croce di pesanti treppiedi; tecnici audio con lunghe aste per microfono; giornalisti in posa rigida verso la camera in attesa del collegamento mentre dietro gli passa di tutto) a questi bisogna aggiungere tutti gli sgarupati come me, che escono di casa con la loro macchinetta tenuta GesùGesù, un set di ottiche scelte con cura e l’idea di “fare delle belle foto”.
Siamo terribilmente imbarazzanti già solo per come ci muoviamo maldestri e frenetici. E’ evidente quanto facciamo saltare i nervi ai pro tutte le volte che gli impalliamo l’inquadratura coi nostri corpicioni. E’ un impallamento abbastanza virtuale: loro, i pro, quasi non fotografano. Stanno distanti coi loro tuboni e in effetti fanno poche foto: solo quelle che servono e le azzeccano pure subito. Buona parte del tempo la passano a cazzeggiare fra di loro, con quella fastidiosa espressione di chi la sa lunga. Alcuni hanno un casco da skater appeso allo zaino, di quelli che trovi da Decathlon come “primo prezzo tecnico”, sembra un po’ un vezzo alla “ho visto cose…” ma magari poi al bisogno può effettivamente servire. Quasi quasi me lo faccio anche io.

Inaspettatamente un gruppo di ragazzi mi prende sul serio, uno mi parla come in confidenza, dice di preparami che stanno facendo una cosa, forse dice “un’azione”, vogliono essere ripresi, “sì sì, certo” rispondo. So’ soddisfazioni. Non succede poi molto: buttano un fumogeno rosso e attaccano ad urlare a tutti polmoni. Da come stanno rasati e incazzati a me mi ricordano più i fasci che i compagni ma forse sono ancora troppo de paese e devo lavorare sui miei bias.

Incontro L., lei ha fatto foto a Gaza, secoli fa ai tempi della prima Intifada, mi dice che i palestinesi fanno così: arrivano sempre molto dopo, ma arrivano. In effetti muovendoci verso Circo Massimo il corteo si rimpolpata parecchio. A Colosseo diventa una cosa consistente, ma io questo l’ho visto nelle foto on line: me ne sono andato via molto prima, quando eravamo all’altezza della collina di San Saba.

qui le foto che ho fatto.


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